Sarà Estate – finalmente.
Signore – con ombrellini –
Signori a zonzo – con Bastoni da passeggio –
E Bambine – con Bambole –
Coloreranno il pallido paesaggio –
Come fossero uno splendente Mazzo di fiori –
Sebbene sommerso, nel Pario –
Il Villaggio giaccia – oggi –
I Lillà – curvati dai molti anni –
Si piegheranno sotto il purpureo peso –
Le Api – non disdegneranno la melodia –
Che i loro Antenati – ronzarono –
La Rosa Selvatica – diventerà rossa nella Terra palustre –
L’Aster – sulla Collina
Il suo perenne aspetto – fisserà –
E si Assicureranno le Genziane – collari di pizzo –
Finché l’Estate ripiegherà il suo miracolo

Emily Dickinson



 




 

L'esigenza di alzare lo sguardo.. coltivare il noi

 

Qualunque cosa tu faccia non pensare mai a cosa diranno gli altri, segui solo te stesso, perché solo tu nel tuo piccolo sai cosa è bene e cosa è male, ognuno ha un proprio punto di vista, non dimenticarlo mai, impara a distinguerti, a uscire dalla massa, non permettere mai a nessuno di catalogarti come "clone di qualcun altro", sei speciale perché sei unico, non dimenticarlo mai.

Richard Bach



Potere non è ottenere obbedienza. È accompagnare nella crescita


 Luigi Ballerini

I ragazzi ribaltano l’idea tradizionale del termine: non privilegio o dominio, ma capacità di scegliere e orientare le proprie scelte incidendo sulla realtà
 

Potere non è ottenere obbedienza. È accompagnare nella crescita
Il vero potere consiste nel fare buon uso delle possibilità che la realtà rende disponibili / Foto Icp
Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire cosa ci rivelano del nostro mondo
Potere
[/po-te-re/], s.m.
La facoltà di azione attribuita dall’ordinamento giuridico ad organi determinati. Facoltà di fare secondo la propria volontà. Una parola così tanto comune che ormai non sappiamo più cosa significa. L’abilità di orientare o influenzare il comportamento altrui o il corso degli eventi. Nella nostra realtà possiamo individuare forme di potere in molte piccole cose: a scuola, a casa, con gli amici... È un elemento che incontreremo per sempre nella vita. Viene esercitato su di noi dai nostri genitori e dai nostri insegnanti nonostante nessuno di loro abbia una corona in testa o uno scettro in mano. Ma il potere più importante è quello che ognuno di noi esercita su se stesso: la responsabilità che abbiamo di scegliere ciò che possiamo e ciò che non possiamo fare è anch’essa una forma di potere della quale saremo protagonisti per il corso di tutta la nostra vita..
Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole O_stili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.
La parola potere non gode ai nostri tempi di una buona reputazione. Evoca immediatamente gerarchie, privilegi, dominio, abuso; pensiamo al potere come a qualcosa che alcuni possiedono e altri subiscono. I ragazzi, invece, nella loro definizione ci ricordano che è una presenza diffusa, che interessa le relazioni e accompagna la vita di ciascuno, e che non riguarda soltanto i re, i governi o chi occupa posizioni di comando. La constatazione da cui parte la loro riflessione è tanto acuta quanto disarmante: potere è una parola così comune da aver perso nitidezza. Le ragazze e i ragazzi, invece, provano a restituirle precisione definendola come «l’abilità di orientare o influenzare il comportamento altrui o il corso degli eventi». In questa visione il potere invece di coincidere con l’autorità formale o con la possibilità di impartire ordini, coincide con la facoltà di incidere sulla realtà. Potremmo dire anche con un’abilità, un saperci fare. Tale intuizione sposta immediatamente la questione fuori dai palazzi del cosiddetto “potere” e dentro le case, le scuole, le strade. Le relazioni non sono mai completamente neutre.
È significativo che citino subito i genitori e gli insegnanti, riconosciuti come persone che esercitano una forma di potere senza bisogno di una corona in testa né di uno scettro in mano. Con questa immagine i ragazzi smontano quella rappresentazione antica che fa coincidere il potere con simboli solenni e visibili; può infatti manifestarsi nella normalità di una relazione educativa, nella parola di un insegnante, nella decisione di un genitore, nell’autorità riconosciuta a una persona. In questo passaggio i ragazzi dichiarano che gli adulti esercitano un potere su di loro sebbene non lo esplicitino come una minaccia o un autoritarismo. Non chiedono un mondo senza genitori, insegnanti, regole o autorità, ci stanno piuttosto dicendo che il problema più che l’esistenza del potere stesso è il modo in cui esso viene esercitato. È una distinzione di cui noi adulti dovremmo avere consapevolezza. Possiamo usare il nostro ruolo per controllare oppure per accompagnare, per ottenere semplice obbedienza oppure per favorire la crescita. Ogni educazione implica inevitabilmente un’asimmetria tra chi ha più esperienza e chi ne ha meno, ma la vera domanda riguarda il fine di tale asimmetria. Se serve a rendere l’altro progressivamente più libero e più competente, allora il potere diventa una risorsa. Se serve soltanto a mantenerlo dipendente, diventa un problema.
Siamo spesso attenti ai grandi poteri che agiscono sulla società e assai meno consapevoli di quelli che esercitiamo ogni giorno. Un insegnante ha potere quando valuta, incoraggia, scoraggia, riconosce o ignora. Un genitore quando autorizza, corregge, accompagna o svaluta. Talvolta basta una frase, o uno sguardo, per modificare il modo in cui un ragazzo guarda se stesso. La domanda non è se questo potere esista, ma quale direzione prenda. Le ragazze e i ragazzi dichiarano che il potere diventa negativo le volte in cui si trasforma in arbitrio o in imposizione fine a se stessa; quando invece aiuta a crescere assume una funzione positiva e smette di essere un ostacolo alla libertà. Il passaggio più sorprendente, però, arriva dopo, quando affermano che il potere più importante è quello che ciascuno esercita su se stesso. Quando gli adulti parlano di potere, pensano quasi sempre a un sostantivo: il potere come ruolo, posizione, influenza. I ragazzi sembrano invece ricordarci che, prima di essere un sostantivo, potere è un verbo.
Nel suo capolavoro La valle dell’Eden , John Steinbeck mette questa intuizione al centro di un dialogo tra Li, servo cinese della famiglia Trask, e alcuni suoi interlocutori. Li racconta di essersi soffermato a lungo sul quarto capitolo della Genesi, quello in cui Dio parla a Caino dopo l’uccisione di Abele. A interessarlo è in particolare una parola ebraica, timshel , perché nelle diverse traduzioni della Bibbia muta radicalmente il senso di ciò che viene detto a Caino. «La mano di Li tremava mentre riempiva le sottili tazzine. Bevve tutto di un fiato. “Ma non vedete?” esclamò. “La traduzione americana della Bibbia ordina agli uomini di trionfare sul peccato, e il peccato si può chiamare ignoranza. La traduzione del Re Giacomo fa una promessa con quel “tu avrai”, intendendo che gli uomini trionferanno sicuramente sul peccato. Ma la parola ebraica, la parola timshel – tu puoi – implica una scelta. Potrebbe essere la parola più importante del mondo. Significa che la via è aperta. Rimette tutto all’uomo. Perché se “tu puoi”, è anche vero che “tu non puoi”… Diamine, questo sì che fa grande un uomo e gli dà la statura degli dei, perché, nella sua bassezza e dopo l’assassinio del fratello, tutt’ora egli ha la grande scelta. Può scegliere la sua strada, percorrerla lottando, e vincere.»
È difficile immaginare un commento migliore alle parole dei ragazzi. Il potere è anzitutto una la possibilità di scegliere. Senza garantire il risultato né eliminare il limite, affida a ciascuno la responsabilità di orientare la propria vita. Quando sentiamo la parola potere noi pensiamo immediatamente a chi lo possiede, loro pensano invece a ciò che rende possibile qualcosa. Nel primo caso il centro della questione è il dominio, nel secondo si può imparare, amare, correggere un errore, ricominciare. In questa visione il potere appartiene a chiunque sia chiamato a orientare la propria esistenza, ossia a ogni donna e a ogni uomo, a ogni Caino e a ogni Abele. Per questo la parola viene immediatamente collegata al concetto di responsabilità, e senza nemmeno scomodare lo zio Ben di Peter Parker. Non si tratta di un generico diritto a fare ciò che si vuole, ma della responsabilità di scegliere ciò che possiamo e non possiamo fare. E richiamano la tematica del limite che molti adulti tendono a dimenticare. Estranei a tentazioni di onnipotenza, avere potere significa esercitare un giudizio sulle proprie possibilità, riconoscere i vincoli del reale e agire al loro interno. In una cultura che spesso identifica la libertà con l’assenza di limiti, ci viene suggerito il contrario. Il vero potere consiste nel fare buon uso delle possibilità che la realtà rende disponibili. L’onnipotenza è infatti un’illusione delirante: ogni forma autentica di potere nasce dall’incontro con il principio di realtà.
I ragazzi collegano poi il potere all’orientare la propria vita verso ciò che si ritiene buono e desiderabile, più che al dominio o al controllo. Da questo punto di vista la sua forma autentica coincide con la capacità di perseguire la propria soddisfazione senza compromettere quella altrui. Anche la conclusione della definizione merita attenzione. Parlano di questo potere come di qualcosa di cui saremo protagonisti per tutta la vita. Molte forme di potere cambiano nel corso degli anni: si acquisiscono ruoli, si perdono incarichi, si conquistano posizioni, si lasciano responsabilità. Il potere su se stessi, invece, accompagna l’intera esistenza, ogni giorno, almeno per ciò che è nelle nostre mani. Conviene quindi considerare la prospettiva che i ragazzi ci consegnano: il potere prende forma nelle scelte con cui orientiamo la nostra esistenza, nelle possibilità che sappiamo riconoscere e nella responsabilità con cui decidiamo che cosa farne.


Un adolescente su tre fuori dai social? Perché è una buona notizia


 Alberto Pellai

Molti hanno commentato le limitazioni introdotte in Gran Bretagna citando il "fallimento" della strategia australiana, dove il 70% ha aggirato il divieto. Ma se si trattasse di fumo, droga o alcool cosa penseremmo?
 

Dopo che la Gran Bretagna ha dichiarato di voler vietare i social media ai minori di 16 anni, in molti media c’è stata una moltiplicazione di articoli che ha cercato di invalidare la strategia degli inglesi, usando come pretesto un presunto fallimento dell’analoga strategia già adottata in Australia, prima nazione al mondo ad aver preteso dalle piattaforme digitali di farsi responsabili e garanti di tale divieto. Il concetto che si è cercato di comunicare al mondo è: «Il divieto ai social in Australia non funziona». La motivazione? Il 70% degli under 16 continua a usarli. Concludere che quel divieto sia inefficace semplicemente citando la percentuale di chi non lo rispetta, non è corretto usando i criteri che la sanità pubblica utilizza per valutare se una norma di legge a tutela della salute risulta efficace oppure no. Il divieto australiano agiva su una popolazione di età compresa tra i 10 e i 16 anni che era massicciamente coinvolta – come utente e detentrice di un profilo – nel mondo social. Le ricerche fatte a pochi mesi di distanza dall’applicazione del limite di legge hanno dimostrato che una percentuale variabile tra il 30% (fonte: esafety.gov) e il 39% (fonte: Mollyrose Found.) non ha più accesso ai social media dopo l’introduzione della legge.
 
Ora immaginate che qualcuno venisse a proporvi una strategia preventiva che in pochi mesi porta un fumatore su tre a smettere di fumare, un giocare d’azzardo su tre ad abbandonare la ludopatia, un utilizzatore di sostanze psicotrope su tre a non farlo più. Considerereste quell’intervento clamorosamente vantaggioso o un fallimento? Cambiare un comportamento cronicizzato nella popolazione, specie se additivo, è uno dei compiti più faticosi per chi si occupa di Sanità Pubblica. Quando abbiamo scoperto che si moriva di Aids a causa di comportamenti sessuali e iniettivi che portavano al contagio dei soggetti vulnerabili, ci sono voluti tantissimi anni per convincere le persone che agivano comportamenti a rischio, ad abbandonarli. E in quel caso si parlava di cambiamenti comportamentali salvavita.
Chi si occupa scientificamente di cambiamenti comportamentali, sa che gli esseri umani sembrano seguire la legge della resistenza al cambiamento comportamentale, soprattutto se quel comportamento porta con sé il vantaggio della gratificazione dopaminergica, come avviene in tutte le forme di dipendenza e come succede quando entriamo nelle piattaforme online. Promuovere una legge che tuteli la salute dei minori attraverso un divieto, non significa semplicemente proibire che un fattore di rischio entri nella loro vita. Bensì, produce un cambiamento nella percezione pubblica di qualcosa che magari fino al giorno prima è stato considerato innocuo oppure vantaggioso. Implica permettere ai genitori che vogliono far aderire i propri figli al nuovo comportamento protettivo la possibilità di sentirsi dalla parte giusta, perché anche la legge lo dichiara, rinforzando il loro compito educativo. Tuttora, oggi, molti genitori vorrebbero limitare l’uso dei social media con i loro figli, ma si sentono impossibilitati a farlo perché tutto il mondo va in direzione ostinata e contraria.
Quindi, la sanità pubblica impone leggi che cambiano i comportamenti a rischio non per ottenere «nel qui ed ora» il cambiamento sperato. Bensì per riuscirci in un tempo lungo e, quindi, stabilizzare il guadagno di salute nel medio e lungo termine. Se oggi entriamo in cinema, ristoranti, aerei, luoghi di lavoro, ospedali «smoke-free» è perché una legge basata sul divieto l’ha resa possibile. Come specialista di sanità pubblica, io so che questa è la decisione da intraprendere. Ed essendo anche specialista della mente in età evolutiva, so che questo intervento proteggerà la salute mentale dei nostri figli. Per questo non comprendo come sia possibile che proprio il mondo della psicologia, con molti suoi specialisti, sia tra i principali sostenitori della critica al divieto usando principi come «Vietare non è educare» oppure «Togliete i social prima agli adulti. Troppo comodo togliere ai minori ciò che gli adulti usano senza limiti». Sono motivazioni antiscientifiche e molto infantilizzanti. Un genitore può essere un fumatore accanito eppure non andrà mai a comprare sigarette per il proprio figlio minorenne. E lo stato mette limiti di legge perché il figlio di genitori fumatori abbia un limite fermo che riduca il suo accesso ad un comportamento a rischio che i suoi genitori agiscono comunque.
 
È alla luce di queste evidenze che vale la pena affermare che il 30% di giovanissimi australiani fuori dal mondo dei social rappresenta una straordinaria buona notizia, che probabilmente porterà con sé in futuro molte altre buone notizie. Per concludere, il governo australiano sta oggi lavorando perché le piattaforme digitali siano molto più cooperative nell’applicare tutte le strategie necessarie a proteggere realmente i minori, che possono aggirare il divieto in modo troppo semplificato a causa degli scarsi sforzi messi in atto dalle stesse piattaforme per generare sistemi di «verifica dell’età» davvero efficaci. Perché il vero problema da affrontare non è la natura del divieto, ma l’enorme fatica che le Big Tech fanno ad accogliere una legge che ridurrà in modo significativo i loro profitti giganteschi.





 


Dobbiamo insegnare cos'è l'amore


Gino Cecchettin ( papà di Giulia vittima di femminicidio)



 


 








Amate ciò che amano i giovani, affinché essi amino ciò che amate voi.


San Giovanni Bosco



 

"Imparare i bambini", accompagnare i propri figli nella vita, imparando dalla loro autenticità, vivendo insieme in famiglia la bellezza dell'Amore di Dio" 

Padre Lorenzo Rossi Cric

 


 



Un libro può cambiare il mondo..



 
Che cosa straordinaria possono essere i libri. Ti fanno vedere posti in cui agli uomini succedono cose meravigliose. Allora la testa ti parte per un altro verso, gli occhi scoprono prospettive fino a quel momento inedite. E cominci a farti parecchie domande

Camilleri 




 “Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo”


 Malala Yousafzai



 
 

Un Film in famiglia!


Serie tv "Stranger things"
Trilogia "Ritorno al futuro"








 




                                                                    




Nessuna predica è più edificante del buon esempio.

San Giovanni Bosco 



Post-it  per genitori e figli 

  


 Quel buono e bello che i giovani tengono dentro, dobbiamo aiutarli a tradurlo nel modo giusto, nei luoghi giusti e nel metodo giusto.

Don Mazzi







Prima di leggere riflessioni, spunti  dedicati a genitori,ragazzi, educatori abbiamo deciso di introdurre il tutto con una lettera speciale incastonandola in questo spazio  come "colonna portante". Perchè? Per il suo fortissimo messaggio di dedizione, solida cura e fiducia verso le nostre ragazze e ragazzi, loro il futuro di noi tutti...crediamo che questia sia  la base per poter parlare e anzitutto credere nel loro cammino di speranza.

Le lettera è di Pietro Carmina, aveva 68 anni. E' stato professore di storia e filosofia al liceo Foscolo a Canicattì, provincia di Agrigento, morto nell’esplosione e nel crollo di Ravanusa di sabato 11 dicembre 2021.
Questo il suo discorso in occasione del suo pensionamento. 
Parole citate dal Presidente della repubblica nel messaggio agli italiani del 31 dicembre. 


Ai miei ragazzi, di ieri e di oggi 

 

 
Pietro Carmina
 

 
 

 
Ai miei ragazzi, di ieri e di oggi. Ho appena chiuso il registro di classe. Per l'ultima volta. In attesa che la campanella liberatoria li faccia sciamare verso le vacanze, mi ritrovo a guardare i ragazzi che ho davanti. E, come in un fantasioso caleidoscopio, dietro i loro volti ne scorgo altri, tantissimi, centinaia, tutti quelli che ho incrociato in questi ultimi miei 43 anni.
Di parecchi rammento tutto, anche i sorrisi, le battute, i gesti di disappunto, il modo di giustificarsi, di confidarsi, di comunicare gioie e dolori, di altri, molti in verità, solo il viso o il nome. Con alcuni persistono, vivi, rapporti amichevoli, ma il trascorrere del tempo e la lontananza hanno affievolito o interrotto, ahimè, quelli con tantissimi altri. Sono arrivato al capolinea ed il magone più lancinante sta non tanto nell'essere iscritto di diritto al club degli anziani, quanto nel separarmi da questi ragazzi. A tutti credo aver dato tutto quello che ho potuto, ma credo anche di avere ricevuto di più, molto di più.
Vorrei salutarvi tutti, quelli che incontro per strada, quelli che mi siete amici sui social, e, tramite voi, anche tutti gli altri, tutti, ed abbracciarvi ovunque voi siate. Vorrei che sapeste che una delle mie felicità consiste nel sentirmi ricordato; una delle mie gioie è sapervi affermati nella vita; una delle mie soddisfazioni la coscienza e la consapevolezza di avere tentato di insegnarvi che la vita non è un gratta e vinci: la vita si abbranca, si azzanna, si conquista.
Ho imparato qualcosa da ciascuno di voi, e da tutti la gioia di vivere, la vitalità, il dinamismo, l’'entusiasmo, la voglia di lottare. Gli anni del liceo, per quanto belli, non sempre sono felici né facili, specialmente quando avete dovuto fare i conti con un prof. che certe mattine raggiungeva livelli eccelsi di scontrosità e di asprezza, insomma... rompeva alla grande. Ma lo faceva di proposito, nel tentativo di spianarvi la strada, evidenziandone ostacoli e difficoltà.
Vi chiedo scusa se qualche volta non ho prestato il giusto ascolto, se non sono riuscito a stabilire la giusta empatia, se ho giudicato solo le apparenze, se ho deluso le aspettative, se ho dato più valore ai risultati e trascurato il percorso ed i progressi, se, in una parola, non sono stato all'altezza delle vostre aspettative e non sono riuscito a farvi percepire che per me siete stati e siete importanti, perché avete costituito la mia seconda famiglia.
Un'ultima raccomandazione, mentre il mio pullman si sta fermando: usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha; non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi: infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non "adattatevi", impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa: voi non siete il futuro, siete il presente.
Vi prego: non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare, non state tutto il santo giorno incollati a cazzeggiare con l'iphone. Leggete, invece, viaggiate, siate curiosi (rammentate il coniglio del mondo di sofia?). Io ho fatto, o meglio, ho cercato di fare la mia parte, ora tocca a voi.
Le nostre strade si dividono, ma ricordate che avete fatto parte del mio vissuto, della mia storia e, quindi, della mia vita. Per questo, anche ora che siete grandi, per un consiglio, per una delusione, o semplicemente per una risata, un ricordo o un saluto, io ci sono e ci sarò. Sapete dove trovarmi.
Ecco. Il pullman è arrivato. Io mi fermo qui.
A voi, buon viaggio.

Pietro Carmina


“Se la vita è un bel dono di Dio, non va buttata via e buttarla via è peccato. Se un’azione è inutile, è buttar via un bel dono di Dio. È un peccato gravissimo, io lo chiamo bestemmia del tempo. E mi pare una cosa orribile perché il tempo è poco, quando è passato non torna.”

Don Lorenzo Milani




Scuola finita, studenti sul divano. Quattro sfide per l'estate


 Marco Erba

Per molti genitori c'è il problema di come evitare mesi trascorsi tra noia, smartphone e giornate senza meta. Qualche idea? Volontariato o lavoro, attività progettate insieme, tempi di disconnessione e un ascolto più autentico del mondo degli adolescenti
 

«Prof, adesso che la scuola è finita si piazza lì sul divano col cellulare in mano e non si muove più. Non sappiamo cosa fare». «Prof, non sta facendo niente. Esce con gli amici, vanno a zonzo per la città, si mettono su una panchina del parco fino a sera e non concludono nulla. Siamo preoccupati». Alzi la mano chi non ha mai sentito o detto queste e simili frasi. È vero, l’estate per un adolescente può essere anestetizzante. I lunghi mesi caldi possono trasformarsi in una sorta di letargo, in una spirale di perdita di tempo infinita. In parte ci sta: perdere tempo è nella nostra natura. Senza esagerare però. L’estate degli adolescenti non è solo un tempo fermo. Spesso è fatta di adrenalina, di uscite con gli amici, di amori, di euforia che porta a esplorare il mondo, di avventure e tuffi.
 
 
Ascolta l'episodio di Dentro l'Avvenire che risponde alla domanda: che fine fa l’educazione tra giugno e settembre?
E la scuola? E il dovere? Cosa possiamo fare noi adulti per aiutarli a utilizzare questi in mesi in modo il più costruttivo possibile? Una ricetta magica non esiste. Di certo però possiamo lanciare alcune sfide. La prima sfida è proporre con forza attività di volontariato oppure un lavoro. Fare l’animatore in un oratorio o in un centro estivo per un’adolescente è un’esperienza meravigliosa, che fa sperimentare che fatica e bellezza possono stare insieme. Un adolescente animatore torna a casa stremato, ma felice. Ho in mente tanti miei allievi che alla fine dell’estate raccontano con entusiasmo quanto è stato bello stare con i bambini affidati loro. Bello, divertente, arricchente. Felicità è dare il proprio contributo al mondo, felicità è aprirsi agli altri, felicità è relazione: poche attività come il prendersi cura degli altri lo fanno sperimentare.
Non ci sono però solo centri estivi e oratori: esistono molte altre realtà che propongono attività con persone fragili e consentono agli adolescenti di sperimentare la potenza incredibile di un gesto di cura, di una solidarietà concreta. Ma anche lavorare può essere utile: è un allenamento alla fatica che porta frutti non solo in termini economici, ma soprattutto umani. Sperimentare il rigore che sul posto di lavoro è richiesto, avere a che fare con persone più adulte, imparare a relazionarsi anche con chi è molto diverso da sé lascia una ricchezza che dura.
La seconda sfida è far sì che l’estate sia un momento in cui progettiamo attività insieme ai nostri figli, che non significa semplicemente portarli con noi, magari trascinandoli mentre guardano il telefonino con le cuffie nelle orecchie, ma coinvolgerli come protagonisti. Progettare insieme un’escursione in montagna, guardando la meta e trovando i sentieri, o pianificare un viaggio, scegliendo cosa visitare e dando poi insieme un voto a tutto ciò che si è visto, è molto stimolante. I nostri figli, in questo modo, non sono più costretti in un viaggio che noi genitori desideravamo fare, ma diventano protagonisti di un’avventura condivisa.
 
La terza grande sfida è la disconnessione. In vacanza possiamo permetterci di disconnetterci sul serio per un tempo che insieme stabiliamo. Non può però essere un’imposizione solo per i figli; se le parole convincono, gli esempi trascinano: per questo dobbiamo essere noi adulti i primi a crederci, i primi a farlo. Proviamo a disconnetterci anche solo un’ora al giorno e decidiamo che quello sarà il tempo di un gioco di società che facciamo tutti insieme, oppure il tempo in cui leggiamo un libro, noi il nostro e i nostri figli i loro. In questo modo forse i nostri figli non si ridurranno a leggere tutto ciò che la scuola ha assegnato di fretta a settembre, con l’IA davanti, e invece di perdere un’occasione preziosa sperimenteranno che la lettura può essere un viaggio affascinante, palestra per l’empatia e i neuroni!
Infine, l’estate può essere il tempo i cui noi adulti ci avviciniamo al mondo degli adolescenti: ascoltiamo la loro musica, vediamo una serie Tv insieme, ci lasciamo raccontare i loro gusti, le loro passioni, le loro opinioni. Un tempo in cui proviamo ad aprire le orecchie (e il cuore) prima che la bocca, in cui ascoltiamo prima di parlare. Un tempo in cui, invece che guardare il loro mondo dall’alto in basso, proviamo ad entrarci, portando domande. Senza censure e con tanto senso critico.
Forse, se siamo noi i primi a essere allenatori di un tempo di qualità per gli adolescenti, loro stessi impareranno a vivere con un po’ più di qualità anche il tempo con i loro amici. Forse, se condividiamo bellezza con loro, li aiuteremo a capire che gli amici veri non sono i compagni di degrado, ma quelli che questa bellezza la sentono e che aiutano ad alzare lo sguardo. Quelli che accettano il rischio e la fatica di un’ascesa, invece che stare fermi giù, in basso, trattenendoli con loro.









 



 


"Educare, non è solo trasmettere concetti ... ma è un compito che esige che tutti coloro che ne sono responsabili -famiglia, scuola e istituzioni sociali, culturali, religiose ...- vi partecipino in modo solidale". Il patto educativo si è rotto perché manca questo tipo di partecipazione. Per educare bisogna cercare di integrare il linguaggio della testa con il linguaggio del cuore e il linguaggio delle mani. Che un alunno pensi ciò che sente e ciò che fa, senta ciò che pensa e ciò che fa, faccia ciò che sente e ciò che pensa Integrazione totale". Promuovere l'apprendimento della mente, del cuore e delle mani, è promuovere l'educazione intellettuale e socio- emozionale, e la trasmissione dei valori e delle virtù individuali e sociali. Questo implica lo sviluppo di tutte le dimensioni della persona"

Papa Francesco 


 


















Fate che chiunque venga a voi se ne vada sentendosi meglio e più felice. 


Santa Teresa di Calcutta